Descrizione progetto

Laveggio
fotografie di Carlotta Zarattini

15 10 2014 – 26 10 2014
Sala Patriziale al Torchio, Riva San Vitale

 

“L’acqua è insegnata dalla sete.”
(Emily Dickinson)

Affrontare il microscopico e l’invisibile in fotografia è spesso una sfida facile e insidiosa al tempo stesso. La grande difficoltà sta nel non cadere nel fascino patinato dell’illustrazione scientifica, o ancora nel discorso prettamente concettuale.
Nel progetto Laveggio Carlotta Zarattini riesce a unire una discussione tecnica a un influsso poetico.
Tecnica, la fotografia, che sta affrontando un grande mutamento strutturale, che in pochissimi anni l’ha sconvolta fino a renderla onnipresente.
La fotografa qui la affronta attraverso la semiologia tipica della meta-fotografica: chi fotografa cosa? Che metodologia possiamo ancora permetterci di affrontare di fronte a un’immagine, quando ormai anche l’era della riproducibilità tecnica sembra superata?
Con il progetto Laveggio Carlotta Zarattini indaga il mutamento di un fiume, immissario del lago di Lugano, che negli ultimi anni è stato al centro di battaglie politiche e ambientali.
Chiedendo a Tiziano Paolini (architetto e geobiologo che da anni si interessa ai problemi legati all’acqua e alla sua vitalità) di isolare elementi microscopici e cristallizzati di acqua fluviale e di fissarli in immagine, Zarattini si esula dal giudizio ma anche dalla creazione dell’immagine stessa che diventa pretesto, diventa superficie, ritorna a essere una semplice riflessione sul visibile. Una sorta di ready-made fotografico.
Lasciar parlare le cose: da qui parte e fiorisce la ricerca esposta nella Sala patriziale di Riva San Vitale. Lasciar discutere entrambe le immagini come fossero documenti scientifici di una nuova epoca ancora a noi sconosciuta, ma che affonda le sue radici nelle mitologie ancestrali dei flussi e riflussi, dei mostri marini e delle sirene. Qui esposte come due documenti, le fotografie dominano discretamente lo spazio con eleganza e precisione, portando in superficie tutta la loro memoria, e diventando anche la prova tangibile di presenze luminose in ogni atto – sia quello fotografico, sia quello scientifico o quello mistico dello spettatore. Uno spettatore che si trova a guardare queste due grandi immagini come pale d’altare dei giorni nostri, sospese nel tempo e nello spazio quasi fossero sempre state lì, e che nonostante il passare del tempo e lo scorrere dell’acqua rimarranno ancorate alla nostra visione.
Queste immagini portano la nostra riflessione un po’ più in là della sola ricerca scientifica, ci fanno pensare al passaggio; questi due elementi, colti uno alla foce e l’altro alla sorgente del Laveggio, ci traghettano con dolcezza e con un tempo che ritorna a essere lento, a immagine dell’uomo che riesce negli anni, affrontando l’assurdità del suo gesto, a fermarlo.

Jean-Marie Reynier

Carlotta Zarattini, classe 1985, dopo la laurea in Lettere moderne a Bologna, nel 2009 si trasferisce a New York dove studia fotogiornalismo all’International Center of Photograhy. Qui incontra Jeff Jacobson e da lui impara che la fotografia è più un’occasione per porsi domande piuttosto che un mezzo per darsi risposte.
Tornata in Italia nel 2012, inizia a frequentare i corsi di fotografia presso l’Accademia di Brera e a sviluppare progetti artistici personali.
Collabora con importanti testate nazionali e internazionali tra cui The New York Times, The Wall Street Journal, Fader Magazine e Internazionale, Left, Club Milano.
Vive tra Milano e Lugano.