Descrizione progetto

Ricerca sul campo
Fotografie di Elide Brunati, Giuseppe Chietera, Riccardo Colombo, Sebastian Fritzsche, Simone Mengani, Roberto Mucchiut, Domenico  Scarano, Lanfranco Sulmoni, Fabio Tasca, Marcelo Villada Ortiz

18 10 2014 – 02 11 2014
Parco delle Gole della Breggia, Morbio Inferiore

 

Trasformazioni – Parco delle Gole della Breggia – Torre dei Forni
(testo completo)

La Torre dei Forni dell’ex cementificio della Saceba accoglie nei suoi spazi un’esposizione di fotografie frutto di un workshop organizzato dalla Galleria Cons Arc di Chiasso, tenutosi nei mesi di maggio e giugno 2013. A guidare il corso Ricerca sul campo il noto fotografo italiano Vincenzo Castella, dieci invece i partecipanti: Elide Brunati, Giuseppe Chietera, Riccardo Colombo, Sebastian Fritzsche, Simone Mengani, Roberto Mucchiut, Domenico Scarano, Lanfranco Sulmoni, Fabio Tasca e Marcelo Villada Ortiz. Teatro di questa ricerca sono stati il Parco delle Gole della Breggia e il Percorso del cemento.

Il territorio in questione è stato modellato per centinaia di milioni di anni dai lenti e impercettibili mutamenti della natura. Oggi la roccia e le sue stratificazioni rivelano, a chi è in grado di leggerla, la storia della Terra. Le gole della Breggia rappresentano un documento storico unico ed eccezionale nel suo genere, e proprio per questo suscitano l’attenzione di studiosi e ricercatori di tutto il mondo. Suo malgrado, la storia delle gole si è dovuta intrecciare con la storia dell’essere umano; in un primo tempo con le attività agricole e in epoca più recente con quelle industriali. Quest’ultime hanno lasciato i segni più evidenti; un esempio su tutti: il cementificio della Saceba. Un tempo imponente fabbrica, mostro di cemento, ora archeologia industriale, ha contribuito a modificare ulteriormente la conformazione della zona della bassa Valle di Muggio lasciando indelebili tracce sul territorio ancora oggi visibili. La Natura e l’Uomo hanno così eroso e scavato la terra e la roccia restituendoci un paesaggio intriso di impronte e indizi di una vita passata, vicina o lontana. La trasformazione è quindi un tema centrale nella storia di questi luoghi, un fattore imprescindibile.

I fotografi, confrontati con l’ambiente appena descritto, hanno seguito percorsi diversi e utilizzato svariate tecniche e modalità espressive. Ogni fotografia è la traduzione in immagine del progetto, della ricerca personale intrapresa dal suo artefice.
Alcuni scatti (Saceba #03, controtempo #2) ritraggono le conformazioni rocciose e la vegetazione del Parco, escludendo dal campo visivo ogni riferimento fisico all’ex cementificio. È altresì vero però che, almeno in una delle due opere, l’immagine sottintende una presenza di quest’ultimo; la veduta frontale della porzione di roccia ritrae delle stratificazioni di Biancone, materiale prelevato in enormi quantità durante gli anni ’60 e ’70 del Novecento per la fabbricazione del cemento. Questi strati di parete rocciosa, presenti in entrambe le fotografie, non fungono solo da ponte tra le gole e l’operato dell’uomo, ma intessono un profondo legame con la storia del nostro pianeta. Nelle stratificazioni di Biancone visibili nel Parco, sono infatti depositati milioni di anni di storia della Terra.

È anche in parte grazie al fiume Breggia con il suo lento fluire e la sua forza erosiva, se le gole presentano la particolare situazione geologica attuale. In controtempo #2 lo scorrere dell’acqua, elemento primordiale, viene messo in rapporto allo scorrere del tempo e ai mutamenti che ne derivano. Una sorta di esplorazione del tempo dove il prima e il dopo si compenetrano e autorappresentano. Ne risulta una fotografia dai toni morbidi, dettati dai lunghi tempi di esposizione, che ricorda vagamente la pittura.
Altre fotografie (sombra-espectro, frantoio) combinano invece i due paesaggi, naturale e architettonico, e instaurano un dialogo tra interni ed esterni. I pilastri (sombra-espectro) della fabbrica si trasformano in cornice e suddividono in tre porzioni il campo visivo rappresentato. Una composizione armonica, studiata, non immediata, resa possibile dal grande formato utilizzato per lo scatto e da una riflessione sul fare fotografico. Le tonalità più chiare dell’architettura in primo piano entrano in relazione con le molteplici gradazioni di grigio della vegetazione sullo sfondo, le quali finiscono per dirigere lo sguardo verso una coppia isolata di alberi in cima alla collina. Le mura che una volta precludevano la vista agli operai sono state abbattute, e ora il paesaggio circostante entra prepotentemente a far parte di un nuovo impianto compositivo.

Se prima da un interno, o almeno quello che rimane dell’interno della fabbrica, lo sguardo si apriva verso l’esterno, in frantoio succede l’opposto; le immagini sono scattate da fuori, da un piccolo foro della grata che permette alla fotografia di entrare nell’edificio di cemento. I dettagli fortemente geometrici, spigolosi e appesantiti dalla forte presenza del cemento del frantoio organizzano e ridistribuiscono lo spazio, nel quale aleggia un sentimento di immobilità e abbandono. Una grata sulla parete di fondo, la stessa che ha consentito, e insieme obbligato la fotografa a scegliere un prestabilito punto di vista, comunica e ci riporta nel verde della vegetazione appartenente al mondo esterno.

Una serie di quattro scatti (senza titolo 1-4) ritrae il complesso dell’ex cementificio con simulata indifferenza; il fotografo presenta in sostanza l’edificio per quello che fondamentalmente è, o meglio è diventato in questi anni. Ovvero, inserisce la fabbrica nel paesaggio contemporaneo, facendo attenzione a non calcare sull’imponenza architettonica ma rivelandone piuttosto la disarmante fragilità. L’apparente semplicità delle fotografie nasconde e si oppone alla complessa ricerca di un’accurata composizione, in cui l’architettura non invade il paesaggio ma è parte integrante e costitutiva dello stesso.

D’altro canto nelle seconda serie di immagini (01-06, senza titolo) ritroviamo la fabbrica quale protagonista assoluto della ricerca. Frammenti dell’edificio slegati gli uni dagli altri, accomunati soltanto dalla massiccia e invasiva presenza del cemento. La vegetazione del parco che circonda l’ex cementificio è vagamente accennata. Luci e ombre spersonalizzano gli elementi rappresentati, confondono e tendono a un minimalismo compositivo. La serie isola in primis l’ex cementificio dal paesaggio circostante, e allo stesso tempo lo riduce e lo scompone al punto di renderlo parti di una struttura irriconoscibile.

In Tsunami #1 e puzzle temporale nonostante le fotografie siano composte in entrambi i casi da più scatti (negativi o digitali), affrontano la ricerca in modo completamente diverso. Tsunami #1 è innanzitutto un palese riferimento alle catastrofi naturali divenute di questi tempi sempre più frequenti e mediatizzate. L’immagine ricavata dall’assemblaggio di due negativi contrappone un elemento naturale, una cascata del fiume Breggia, alla fabbrica della Saceba. L’onda d’acqua sovrasta l’ex cementificio, come se stesse per travolgerlo, inondarlo e farlo scomparire. Non dobbiamo dimenticare che tempi addietro la Breggia in piena ha arrecato gravi danni a paesani e contadini che vivevano sulle sue sponde del fiume. La fotografia ci proietta forse in un ipotetico futuro del Parco? Sta di fatto che il fotografo stravolge il paesaggio reale per crearne uno nuovo, immaginario.

L’immagine costruita in puzzle temporale, sovrappone scatti del 2006 a una fotografia che ritrae invece la situazione attuale. La memoria e i ricordi del fotografo si fondono con il presente, le architetture si intersecano e si compensano parimenti. Alcuni elementi strutturali architettonici emergono dall’immagine e richiamano le rovine di templi greci, che associate alla luce serale restituiscono un’atmosfera sognante.

Le varie ricerche sul campo hanno portato a risultati contrastanti, ma al contempo denotano una profonda comprensione del metodo di costruzione dell’immagine attraverso l’individuazione e la progettazione di una personale ricerca visiva comune a tutti gli autori delle opere esposte. Il Parco del Gole della Breggia e il Percorso del cemento si sono rivelati dunque terreno fertile per delle simili menti creative. I fotografi hanno danzato tra presente, passato e futuro, hanno ritratto ciò che è stato, ciò che è, e ciò che potrebbe essere. E noi possiamo dire di aver assistito alle trasformazioni di un paesaggio trasformato e tutt’ora in trasformazione.

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Diego Stephani
agosto 2014