Descrizione progetto

TRASFORMAZIONI
a cura del
Comitato della Biennale dell’immagine

Spazio Officina
12 10 2014 – 11 01 2015

 

Dalle streghe ai selfie

«Zona del futuro tracciato autostradale», «Rustici da demolire per il passaggio dell’autostrada», «Caseggiati da demolire per permettere la costruzione del sottopassaggio stradale S. Antonio – Pobbia», «La valle della Breggia prima dell’installazione del cantiere». Sono alcune delle centinaia di didascalie delle piccole immagini in bianco e nero incollate con estrema cura sulle pagine di decine di classeur «federali» che formano la Fototeca della Sezione delle strade nazionali, depositata presso l’Archivio di Stato di Bellinzona. Frasi chiare e sintetiche, battute a macchina con precisione e senza errori d’ortografia, molto probabilmente dalla stessa persona che ha scattato le foto. Di certo non un fotografo professionista ma un «dilettante illuminato», frequentatore regolare di quel cantiere che, avanzando a poco a poco da sud verso nord, avrebbe mutato drasticamente il volto del fondovalle del canton Ticino tra gli anni ’60 e gli anni ’80 del secolo scorso. Queste semplici formulette, che trasmettono un fatalismo senza repliche, sanno di avere dalla loro le leggi, la volontà popolare e i soldi necessari per metterla in pratica. Rappresentano lo specchio magico e infallibile in cui si riflettono le TRASFORMAZIONI – oggi obiettivamente agghiaccianti, allora (forse) leopardianamente «magnifiche e progressive» – che ha subìto il nostro territorio nel corso dell’ultimo mezzo secolo.

Dove hanno avuto luogo TRASFORMAZIONI si possono individuare un «prima» e un «dopo», più o meno distanti tra loro a seconda dell’impatto provocato dall’azione dell’uomo o della natura. In questo caso, dalla colata di cemento armato (Made in Saceba e in Monteforno) ed asfalto. Prendiamo ad esempio la rocca di Pontegana, in territorio di Balerna, già sede di un castello almeno a partire dall’anno 400 d.C. e poi nel medioevo ricettacolo di streghe che, nottetempo, si riunivano per adorare il Diavolo ricevendo in cambio da lui i poteri necessari per compiere il male. Oggi, streghe e diavoli farebbero molta fatica ad intendersi, soprattutto nelle notti d’estate in cui il serpentone luminoso e rumoroso che circumnaviga lo sperone roccioso, rinchiuso e mortificato dentro la sua armatura di cemento, non conosce praticamente tregua.

Ma le TRASFORMAZIONI portano con sé anche nuove forme e nuovi materiali: la strada cantonale è liscia e rettilinea: rispetto al tracciato antico segna la netta separazione tra ciò che è strada e ciò che non lo è. La ferrovia è acciaio, è legno, sono linee parallele che conducono verso l’infinito. L’autostrada supera d’un balzo ogni ostacolo naturale, grazie alle intricatissime reti, ai veri e propri «castelli in aria» fatti di tondini di ferro destinati a sparire sotto il rassicurante manto di cemento che tutto modella.

E la fotografia è sempre lì, ogni volta più potente e malleabile, pronta a documentare le TRASFORMAZIONI, il nuovo che avanza, poiché è lei stessa a pretendere di essere, sempre e ancora, nuova. Con l’autostrada, al fotografo tocca persino salire sull’elicottero per mettere la necessaria distanza tra sé e il soggetto e poterlo così «dominare» completamente dall’alto. Queste immagini ci mostrano un paesaggio quasi del tutto incontaminato, all’interno del quale i confini degli abitati del fondovalle sono ancora netti. L’autostrada pare un immenso nastro di carta, immacolato e lucente, srotolato per terra, teso da un versante all’altro degli avvallamenti dalla gigantesca mano di un esponente precoce della Land Art. Una riga di vernice fresca che, volendo, si può ancora cancellare facilmente. Un exploit architettonico (pensiamo al lavoro di Rino Tami) apparentemente privo di qualsiasi funzione pratica, destinato ad essere ammirato solo dagli esseri volanti, come le Linee di Nazca.

Chi dice TRASFORMAZIONI dice però anche migrazioni: la Gotthardbahn portò con sé una nutrita colonia svizzero-tedesca che in Ticino ha poi messo solide radici, la costruzione dell’autostrada e lo scavo della galleria autostradale del San Gottardo fece affluire tanti italiani, spagnoli, iugoslavi, chi destinato a rimanere chi a ripartire. Uomini e non solo braccia, la cui cultura è andata ad innestarsi su quella autoctona, nel nome di un generoso sforzo di assimilazione. Soprattutto nel contesto del tutto particolare delle stazioni di frontiera come quella di Chiasso, la ferrovia ha inoltre creato mestieri e situazioni oggi quasi dimenticati, sorpassati dal treno in (folle?) corsa della globalizzazione sfrenata e dell’irrefrenabile logistica su gomma. Le immagini dell’archivio delle Ferrovie federali svizzere sembrano cartoline da un mondo tutto sommato felice se non addirittura fiabesco, dove tutto era catalogato con criteri scientifici e rispondeva a regole rigide ma accettate da tutti.

Oggi la convivenza umana si è fatta più difficile, l’integrazione è un concetto sempre più complesso. Lo sviluppo sempre più rapido dei mezzi di comunicazione digitale fa sì che chiunque possa sentirsi «a casa» pur trovandosi a migliaia di chilometri di distanza dai suoi cari e dal suo Paese. Chi è costretto a partire verso luoghi e realtà che non conosce, una volta giunto sul posto non ha più la necessità di tagliare i ponti con il passato cercando con ogni mezzo di rendersi uguale (se non addirittura «più uguale») alla popolazione che lo ha accolto con più o meno fiducia. Il telefono cellulare, skype, i social network, i siti internet che permettono di vedere la tv o di ascoltare la radio «di casa» sono le nuove «radici» (o meglio le nuove «antenne») di questi migranti contemporanei, i cui flussi sono sempre più intricati.

È quindi del tutto naturale che Beat Streuli abbia puntato l’obiettivo della sua videocamera sulle persone comuni che affollano le piazze di Chiasso in occasione di una festa («Festate») che vuole essere anche e soprattutto un momento di incontro (non solo musicale) tra le culture del mondo. Perché oggi è in mezzo alla gente che nascono le TRASFORMAZIONI. Il treno, l’automobile, l’aereo sono mezzi di trasporto sempre più banali che mettono in relazione luoghi sempre più simili tra loro. Il vero «altrove» può allora essere chi ti è accanto: una persona con cui condividi uno spazio ma non necessariamente lo stesso mondo. Per scoprirlo devi intraprendere un viaggio – magari pericoloso, di certo difficile – verso il tuo vicino di casa, il tuo collega di lavoro o l’uomo che incroci ogni giorno per la strada. Si tratta di TRASFORMAZIONI molto meno monumentali ed evidenti rispetto a quelle del passato, ma che la fotografia – fedele alleata dell’antropologia – sarà sempre pronta a raccontare. Magari grazie a un selfie.

Antonio Mariotti

 

 

Chiasso
Città di confine
Estate 2014

installazione di Beat Streuli

Di nuovo Gottardo
Opere dal progetto “Il San Gottardo” – 1997
Courtesy BSI Art Collection

fotografie di John Davies, Alberto Flammer, Gian Paolo Minelli, Gabriele Basilico, Gilbert Fastenaekens, Claudio Moser, Mimmo Jodice
a cura di Daniela Giudici Sincinelli
Guido Giudici

Ferro, asfalto, cemento armato
Come le vie di comunicazione hanno cambiato il Ticino
Fotografie d’archivio

a cura di Gian Franco Ragno
e Antonio Mariotti